
Le ultime dichiarazioni del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, sulla necessità di espandere l’offensiva militare per arrivare ad una occupazione militare totale della striscia, hanno fatto salire il livello di preoccupazione generale sull’evoluzione del conflitto.
Alla luce di queste dichiarazioni, confermate dai vertici del governo israeliano, ex ufficiali dell’esercito si sono appellati, nei giorni scorsi, al presidente Americano, Donald Trump, per convincere Netanyahu a terminare questa guerra in corso e mettere in campo azioni che possano aiutare a porre fine al conflitto israelo-palestinese. Tuttavia, secondo alcuni media, sembra esserci l’assenso del presidente americano all’operazione militare sulla striscia. Al di là di ciò che stanno decidendo i “potenti” della terra nelle ultime ore, siamo tutti al corrente della disastrosa situazione umanitaria in cui versano i palestinesi all’interno della martoriata striscia di Gaza. I recenti lanci di aiuti, ai quali hanno partecipato alcuni tra i principali Stati europei, USA e alcuni Stati arabi, rappresenta un primo tentativo di porre rimedio a questa disastrosa situazione, ormai da tempo sull’orlo del collasso. Questo, però, non può – e non deve essere – l’unico tentativo per cercare di risolvere il problema dell’approvvigionamento di forniture medico-alimentari, ma, piuttosto, un punto di partenza per arrivare ad ottenere dei miglioramenti nella qualità della vita dei cittadini palestinesi e, soprattutto, giungere ad un’evoluzione positiva del conflitto. Sono molte le immagini che circolano sui principali siti di informazione che ritraggono uomini, donne e bambini in condizioni igienico-sanitarie precarie e in uno stato di malnutrizione avanzato. Non è improprio se decidessimo di utilizzare il termine “carestia” per fotografare la situazione in corso. Il governo Italiano si é unito alla schiera dei paesi che hanno deciso di lanciare gli aiuti umanitari; quest’ultimi sono piovuti dai cieli di Gaza come dei missili e senza un minimo di preavviso, ed accolti nello stupore generale all’interno di un diffuso scetticismo: “abbiamo bisogno di una soluzione concreta” fanno sapere i cittadini di Gaza.
Nel frattempo, la fame e i decessi per malnutrizione crescono giorno dopo giorno. Mentre alcuni media sottolineano la cooperazione da parte di alcuni paesi arabi, che avrebbero garantito l’arrivo di aiuti sulla striscia di Gaza, dall’altra parte esponenti militari giordani evidenziano la lunga attesa nel ricevere l’assenso israeliano per la distribuzione degli ultimi blocchi di aiuti umanitari. Sembra più importante mostrare agli occhi della comunità internazionale che ogni azione messa in campo risponda ad obiettivi strategici e personali, e non ad un effettivo interesse a costruire un dialogo per giungere il prima possibile ad una pace.
Assistiamo quotidianamente ad uno scarico continuo di responsabilità, oppure sarebbe più corretto parlare della mancanza di un senso di responsabilità diffuso? Agli occhi dei più ingenui, l’ultima dichiarazione di Emmanuel Macron, cui si è allineato anche Keir Starmer, sembrerebbe far trapelare qualche barlume di speranza; ma la sola proposta di riconoscere lo Stato palestinese non rappresenta una novità, n’è tantomeno una soluzione definitiva al problema, e la storia è lì, pronta a dimostrarlo o semplicemente a richiamarlo alla mente di ognuno di noi. Bisogna operare in maniera concreta, e non solo a parole, per giungere al riconoscimento dello Stato palestinese, che sembra essere, al momento, l’unica soluzione al conflitto. Hamas fa sapere che “ non procederà al disarmo se prima non verrà riconosciuto lo Stato palestinese”. A questo punto, dovremmo chiederci: Come dobbiamo intendere l’espressione “ Stato palestinese” ? E che porzione di territori andrebbe ad includere al suo interno? Questa è una domanda alla quale risulta difficile rispondere, vista l’alta tensione in corso e la continua l’espansione territoriale delle colonie israeliane nel territorio. Certamente, l’accordo sulle porzioni di territorio che, in caso di riconoscimento, andrebbero a formare lo Stato di Palestina potrà essere oggetto di tensioni e mettere in disaccordo i principali attori durante lo svolgersi di un possibile tavolo negoziale. I mediatori, come in questo caso gli europei e gli USA, solo mostrandosi disposti a soddisfare le esigenze di entrambe le parti in conflitto riusciranno a mostrarsi veramente favorevoli a raggiungere un accordo di pace e un cessate il fuoco definitivo. Sull’altro fronte, invece, quello ucraino, la situazione non rassicura. Gli ucraini parlano di una “pace sporca”, fatta di compromessi politici a cui non vorrebbero cedere, ma ,al momento, sembra essere l’unica via per giungere ad un riavvicinamento tra le parti in conflitto. Nel frattempo, lanci continui di droni da entrambe le parti animano, giorno dopo giorno, il conflitto. La mossa del presidente americano di schierare sottomarini nucleari, vicino alle coste russe, non ha indotto il Cremlino a prendere decisioni affrettate dettate da allerta o preoccupazione; anzi, si è limitata a minimizzare il fatto e tira dritto sulle sue decisioni. Putin, rivolgendosi a Trump, parla di “cautela quando si decide di metter in campo il nucleare”. Venerdì scadrà l’ultimatum imposto da Trump al Cremlino per accettare il cessate il fuoco e compiere un “passo concreto” verso un accordo diplomatico tra i due paesi; “se Putin lo ignorerà, verranno imposte pesante sanzioni alla Russia” fa sapere Donald Trump. In attesa che l’inviato speciale della Casa bianca, Steve Witkoff, si rechi a Mosca in settimana, la Russia sospende la moratoria sul lancio dei missili a medio-corto raggio. Staremo a vedere cosa accadrà nell’evoluzione di questi conflitti che animano lo scenario internazionale.
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